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La strada per l'Italia digitale è ancora lunga
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La strada per l'Italia digitale è ancora lunga
I promotori di Agenda Digitale si sono trovati presso Assolombarda per fare il punto sull'appello pubblico lanciato tre mesi fa
03 Maggio 2011
I cento giorni che il nostro Governo aveva a disposizione per impostare una strategia “digitale” per il Paese sono quasi scaduti. L'ultimatum era stato dato lo scorso gennaio da Agenda Digitale, iniziativa nata da un centinaio firme (imprenditori, manager, uomini di cultura e dello spettacolo) che per smuovere le acque avevano anche acquistato una pagina di pubblicità sul Corriere della Sera, intitolata emblematicamente “diamo un futuro a questo Paese”. Lo scopo era quello di arrivare a una stesura programmatica che promuovesse un po' tutti i cardini della cultura e dell'economia digitale: dalla formazione alla banda larga, che alla fine non è che un prerequisito.
A che punto siamo? Non a buon punto, stando a quanto dichiarano i promotori che ieri si sono dati appuntamento presso Assolombarda per tirare le somme. “Abbiamo avuto qualche risposta da parte di tutti gli schieramenti politici, ma ci saremmo aspettati di più, formalmente abbiamo ottenuto poco”, dichiara Peter Kruger, “tecnologo” tra i promotori di Agenda Digitale intervenuto all'evento.

A riprova della nostra arretratezza arrivano i dati e le considerazioni di Francesco Sacco, managing director del centro di ricerca EntEr dell'Università Bocconi: “L'Italia è uno dei pochissimi Paesi al mondo senza una strategia digitale, e in questo siamo in compagnia di Paesi come la Libia”.
Oggi oltre un quarto della popolazione mondiale è online e se il tasso di crescita resta quello attuale arriveremo nel 2018 a un i traffico internet superiore di 23 volte rispetto a quello del 2008. Bisogna stare pronti prima di tutto con l'infrastruttura, osserva Sacco. E l'Italia è drammaticamente indietro.
La spesa in It del nostro Paese è lontanissima dal resto del mondo e le distanze che si stanno ampliando drasticamente: mentre solo nel 2001 da noi si investiva più della media mondiale, ora siamo a 109 punti contro 245 (elaborazioni su dati 2010 Assinform/Netconsulting, con indice 1999 uguale a 100). Nel Regno Unito l'economia di Internet vale il 7,7% del Pil, in Francia il 3,7% mentre in Italia incide per circa il 2%, Mentre gli altri hanno continuato a investire in tecnologie e a crescere, noi abbiamo iniziato a disinvestire e ci siamo arenati.

Le vere ragioni di quello che secondo Sacco è un vero e proprio “caso clinico” non sono emerse con chiarezza. La responsabilità è solo della mancanza di strategia governativa? Questa certo è una importante lacuna (“ci vuole un'azione dall'altro, ci vogliono responsabilità politiche”, osserva Kruger) ma potrebbero fare di più anche le aziende, proprio a partire da quelle di taglia medio-piccola che sono il nostro tessuto produttivo, anche considerando che oggi la taglia minima dell'investimento, anche solo per aprire un sito e fare un po' di marketing online, è “prossima allo zero”, come dice Sacco.
L'opportunità da cogliere è tutta in questi dati. Negli ultimi tre anni le Pmi italiane attive su Internet sono le sole ad essere cresciute (+1,2% il fatturato secondo una ricerca Bcg), mentre tutte le altre hanno inanellato segni meno. Sempre per le “attive”, l'export rappresenta il 14,7% del fatturato, contro il 4,1% delle imprese offline e il 7,7 di chi è online ma passivamente.

Una piccola “tirata d'orecchie” alle aziende arriva anche dal ministro Renato Brunetta, che presso l'evento in Assolombarda ha portato ad esempio quanto il Governo (almeno una sua parte) ha fatto e sta facendo per la digitalizzazione. Brunetta ricorda il progetto di digitalizzazione dei certificati di malattia condotto con l'Inps, con tutti i vantaggi che ha portato alle strutture pubbliche, ai cittadini e alle aziende, come la possibilità di conoscere le assenze in tempore reale. Ma perché allora, si chiede il ministro, molte aziende non hanno la Posta elettronica certificata (indispensabile per ricevere i certificati digitali dall'Inps), nonostante sia un obbligo di legge, nonostante sia gratuita?
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